Le prescrizioni alimentari dei cristiani

grasso

 

Le prescrizioni alimentari dei cristiani

Dei divieti alimentari della Torah, Gesù Cristo, ebreo palestinese della tribù di David, ha fatto carta straccia: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» e ancora: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?» (Mc 7:14,19).

La comunità cristiana delle origini si divise fin da subito sul rispetto delle regole alimentari ebraiche. Quando l’apostolo Pietro, nato da famiglia ebrea, accettò l’invito a cena di Cornelio, un centurione romano, alcuni cristiani non esitano a rimproverarlo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (Ac 11:3). Pietro conosceva bene quel divieto «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo.» (Ac 10:28). Nella lettera ai Galati si legge che Pietro «prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi» (Ga 2:12).

Se i primi cristiani di origine ebraica hanno continuato a osservare le prescrizioni alimentari della Bibbia di Israele, la conversione dei pagani al cristianesimo ha spinto gli apostoli ad accantonare quei divieti. Ancora dagli Atti apprendiamo una visione di Pietro: «Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi.  Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia!”. Ma Pietro rispose: “No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano”».

Ai tempi del primo Concilio tenuto dagli apostoli a Gerusalemme, più o meno nel 50 d.C., fu presa la decisione di limitare il più possibile la distinzione tra animali leciti e proibiti, cibo puro e impuro. «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose» (Ac 15:28-29). Vale la pena sottolineare che nel medesimo Concilio venne tolto per i cristiani l’obbligo della circoncisione, importantissimo sigillo identitario per gli ebrei ai quali era proibito frequentare, avere rapporti e anche solo salutare i non circoncisi. Con quelle decisioni la Chiesa primitiva usciva dai confini etnico-religiosi di Gerusalemme e del giudaismo. Non con il senso e il fine di un atto di ribellione nei confronti dell’integralismo israelita ma come strumento funzionale ad una predicazione non discriminatoria, a tutto campo, finalizzata alla diffusione del Vangelo di Cristo allora non ancora scritto.

Nella prima lettera ai Corinti San Paolo affronta ancora il tema del cibo con la sua consueta determinazione e intelligenza. Sulle carni immolate agli idoli: «…noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c’è che un Dio solo.» (I Co 8:4)  E ancora più avanti: «”Tutto è lecito!”. Ma non tutto è utile! “Tutto è lecito!”. Ma non tutto edifica. Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui. Tutto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene. Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: “È carne immolata in sacrificio”, astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell’altro. Per qual motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie partecipo alla mensa, perché dovrei essere biasimato per quello di cui rendo grazie?» (I Co 10:25-30).

Nella sua epistola ai Romani (Rm 14), Paolo scrive: «Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» … «Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto! Non divenga motivo di biasimo il bene di cui godete! Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo». (Rm 14:2-4, 14-17)

Il sangue

Il divieto di consumare il sangue, oggi non più così ferreo, è stato a lungo rispettato dei cristiani così come confermato da Tertulliano di Cartagine ( 155-220 ca. ), apologista, polemista, teologo e moralista, il quale dimostra l’assurdità delle accuse contro i cristiani, e come stragi e calunnie ottengono l’effetto contrario. Sua è la famosa frase sanguis semen cristiano rum (il sangue è semente di cristiani). Nella sua Apologia del cristianesimo (IX, 9-15) così si esprime: «Arrossisca la vostra aberrazione davanti a noi cristiani, che non consideriamo il sangue degli animali neppure come cibo ammesso nei pranzi, e per questa ragione ci asteniamo dagli animali uccisi per soffocamento o morti naturalmente, per non essere in alcun modo contaminati dal sangue, anche se giace sepolto fra le viscere». Nel 692, il Concilio in Trullo (palazzo imperiale di Costantinopoli) vieta espressamente il consumo di qualsiasi alimento contenente sangue, e stabilisce la scomunica per il popolo che contravvenga al veto e la destituzione per i sacerdoti.

Le carni equine

Alcune prescrizioni alimentari si affacciano di quando in quando nella storia della cristianità. Nel  732, i cavalieri franchi di Carlo Martello nei dintorni di Tours mettono un freno all’ espansionismo musulmano e papa Gregorio III pone fine con una epistola al consumo di carne equina: i quadrupedi si sono mostrati troppo preziosi per venire banalmente macellati. Il successore di Gregorio,  Zaccaria I, scaglia un ulteriore anatema sulla carne di cavallo con l’intento di discriminare gli invasori Germani che si cibavano delle carni immolate al culto di Odino. Il sacrificio pagano diventa quindi la vera ragione dell’interdetto alimentare. Tracce di questa avversione nei confronti delle carni equine (il cui consumo fu ri-considerato “lecito” per la Chiesa all’epoca della Ritirata di Russia) permangono ancora in molte aree cristiane che considerano il cavallo “impuro” o “abominevole” dal punto di vista religioso, in questo inconsapevolmente d’accordo con l’Islam e l’Ebraismo.

L’astinenza e il digiuno

La Scrittura non comanda ai cristiani di digiunare o di astenersi dal consumo delle carni. Ma allo stesso tempo, la Bibbia presenta il digiuno come qualcosa di buono, proficuo e che ci si aspetta. Secoli di tradizione spirituale cristiana avevano conservato le pratiche dell’astinenza e del digiuno come un memoriale necessario. Oggi la chiesa cattolica propone (non obbliga a) l’astinenza dalla carne solo nei venerdì di quaresima, permettendo la sostituzione di questa pratica con altre opere nei venerdì del resto dell’anno. Le chiese ortodosse invece conservano una legislazione molto precisa riguardo all’astinenza da alcuni alimenti e i fedeli vi si attengono con estrema serietà. Resta difficile da comprendere perché mai astenersi dalle carni e poter invece mangiare la carne… di pesce, che oggi è più ricercata e più costosa della carne stessa.

Una notazione. Nel cinquecento, il Concilio di Trento fu indetto sull’onda della Controriforma Luterana anche con lo scopo di imporre alla Chiesa Cattolica usi e contegni più frugali e controllati. Il nuovo corso della morale ecclesiale s’impose di stigmatizzare la cucina grassa del Medioevo predicando l’astinenza dalle carni il venerdì e per tutta la Quaresima. Le aringhe e il merluzzo seccato o salato erano uno dei principali commerci dell’epoca: cibi poco costosi, proteici, facilmente trasportabili e conservabili permettevano ai fedeli di salvare l’anima riempiendo lo stomaco. Ciò che è poco noto e che un Padre Conciliare, il Cardinale Olao Magno, fece uso di tutta la sua influenza per convincere i suoi “colleghi” a pronunciarsi a favore dello stoccafisso, indicandolo come cibo adatto a sostituire le carni, cibo lussurioso e grasso che induceva al peccato. E ci riuscì. Per la cronaca Olao Magno era il nome latinizzato di Olaf Manson arcivescovo di Uppsala, primate di Svezia, la cui famiglia commerciava in stoccafisso da secoli…  Comunque sia, oggi il presupposto religioso (che divieto non è) è scivolato lentamente verso la norma dietetica: ci si astiene da determinati cibi più per salvaguardare la propria linea che l’anima!

 

Qualche eccezione

Alcuni gruppi religiosi cristiani continuano a osservare i precetti alimentari della Bibbia. È il caso degli Avventisti e raccomandano una dieta ovo-latteo-vegetariana e il rispetto degli interdetti biblici sugli animali. E si ritengono che “la distinzione tra gli animali puri e impuri fu operata all’epoca di Noè, molto tempo prima dell’esistenza di Israele”. E si raccomandano anche di astenersi dal fumare e dal consumare alcol, e caffè (considerate lente forme di suicidio, contrarie quindi al comandamento “non uccidere”). Per questo motivo nelle celebrazioni eucaristiche usano succo d’uva anziché vino. Gli Avventisti si astengono dal consumo del sangue ma non si oppongono alla trasfusione terapeutica com’è consuetudine per i Testimoni di Geova. Per questi ultimi le regole alimentari della Bibbia non sono vincolanti (sangue escluso) e non hanno alcuna preclusione sul consumo del vino e degli alcolici ma considerano il fumo come una disobbedienza al dettato di San Paolo “purifichiamoci da tutte le sozzure della carne e dello spirito”. I Mormoni non osservano le prescrizioni alimentari della Bibbia riguardanti gli animali ma raccomandano di non cibarsi di sangue. Si astengono dal fumo, dall’alcol, dal tè e dal caffè.

Nonostante questi tre gruppi si oppongano al consumo del sangue, nessuno di loro richiede pratiche rituali particolari per l’abbattimento degli animali, come quelle proprie degli ebrei. Ignorano anche la norma biblica che vieta di mescolare la carne al latte.

L’ordine religioso dei Certosini fa della privazione costante di ogni carne un elemento fondamentale della sua regola al capitolo 7 del loro Statuto si legge: “ Secondo un’abitudine introdotta dai nostri padri fondatori e sempre guardata con particolare rispetto, noi abbiamo rinunciato all’uso della carne. Questo è un tratto caratteristico dell’Ordine e un segno della austerità eremitica in cui, con l’aiuto di Dio, noi abbiamo scelto di vivere”.

Si può dunque concludere che i cristiani, con l’eccezione di qualche gruppo minore, non conoscono né praticano forme di privazione-esclusione alimentare a fini religiosi. E se oggi i cristiani d’Occidente non mangiano topi o cani, ciò è da ascrivere solo a costumi e pratiche culinarie e non a divieti religiosi.

3 commenti

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3 risposte a “Le prescrizioni alimentari dei cristiani

  1. antonio

    bello❤ Molto molto

  2. rosario

    un pezzo da dizionario storico, ottimo.

  3. Govinda

    Del tutto superficiale…Cristo insegno la compassione verso tutte le creature e gli apostoli non mangiavano carne…Pietro considera il cibarsi di carne come demoniaco (omelie clementine).

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