Sante Parole ma…

un’intervista apparsa su La Stampa, e che qui riportiamo per intero, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali parla di contraffazioni, tradizioni culinarie e dazi.

Per dire com’è la vita di un politico: una settimana fa il ministro Luca Zala era alla fiera del radicchio di Roveredo di Guà, nel Veronese; questa mattina terrà una lectio magistralis alla Fudan University di Shanghai, forse la più importante della Cina. Sempre per dire com’è la vita di un politico: fino a poco tempo fa per la Lega la Cina era peggio del Barbàrossa (“Non si fanno affari con gli assassini”, aveva detto Calderoli; “L’Italia non deve andare ai Giochi olimpici di Pechino”, aveva detto Castelli): adesso un suo ministro è là per firmare un accordo contro le contraffazioni alimentari. Ma se gli chiedi se, dopo aver fatto sequestrare tonnellate di cibo cinese, è diventato buonista con la Cina, Zaia risponde: “Un momento. Io questa mattina comincerò la lectio magistralis dicendo: ne abbiamo piene le palle di essere invasi dalle vostre porcherie. Questa sarà la mia premèssa”.

Tanto per essere chiari. E poi?

“Parlerò dell’importanza della identità produttiva, cioè mangiare i propri cibi. Non è solo una questione sentimentale: è anche una questione – èconomica, una difesa del nostro futuro”.

Secondo lei quando si comincia a perdere la tradizione culinaria si finisce per perdere l’identità dì popolo?

“E così. Ho appena scritto per Mondadori un libro sul valore dell’identità in cucina – uscirà a marzo – e non per niente ho finanziato lo Slow Food di Carlo Petrini. Lei sa che cos’è l’imprinting gustativo?”

Mai sentito nominare.

“Lo hanno accertato i neuropsichiatri infantili. Se uno da bambino viene abituato a mangiare la polenta, mangerà polenta per tutta la vita”.

E noi dobbiamo far sì che uno mangi sempre la polenta?

“Noi non dobbiamo abituare i nostri figli a mangiare troppa roba importata, perché altrimenti si spezza una catena. Se gli italiani continueranno a mangiare italiano, ci sarà sempre un contadino che produrrà quello che ha sempre prodotto. E una questione di sopravvivenza, mi creda. Il cibo è la terza gamba del tavolo dell’economia italiana”.

Le contraffazioni alimentari cinesi sono un pericolo grave per la nostra economia?

“Le do qualche cifra, poi veda lei. Il valore complessivo della produzione agricola italiana è di cento miliardi di euro all’anno. Di questi cento miliardi, venticinque sono le nostre esportazioni. Ma questi venticinque miliardi rappresentano solo un decimo dei prodotti che circolano per il mondo con il marchio made in Italy . Gli altri nove decimi sono contraffazioni. E solo quelle messe in circolo dai cinesi ammontano ad altri cento miliardi di euro. Capisce o si è perso? Il cibo finto made in Italy prodotto in Cina vale da solo la nostra intera produzione agricola”.

Che cosa taroccano?

“Ah, guardi, veramente di tutto. Dalle mozzarelle di bufala che hanno la forma delle Girelle della Motta al famigerato parmesan“.

Che accordo ha fatto con il ministro dell’Agricoltura Han Changfu?

“Ci scambieremo le black list delle aziende sospette”.

Dica la verità: non c’è partita, tra le nostre e loro.

“Detto fra di noi, certo che non c’è partita. Le nostre sono mosche bianche”.

Comunque alla fine anche voi della Lega siete dovuti scendere a patti con la Cina.

“In politica bisogna essere pragmatici La Cina è un fiume in piena, e i fiumi in piena non si possono fermare, si possono solo arginare”.

L’idea dei dazi l’abbandonate?

“Io resto favorevole ai dazi. Con la Cina bisogna collaborare, ma in modo equo. L’Europa ha costi di produzione che non possono renderla competitiva con un Paese che paga 150 euro al mese un impiegato”.

Che cosa dirà ancora di “non buonista” oggi alla lectio magistralis?

“Che devono smetterla di copiare. I cinesi sono dei grandi falsificatori. Il che comporta pure una grande maestria. Ma adesso anche loro hanno interesse a fermare l’esportazione dei falsi, rovinano l’immagine della Cina”.

Copiare è un’arte o una truffa?

“Dipende. A volte è necessario. Anche noi veneti, fra le due guerre, abbiamo copiato. E l’uomo che poi avrebbe fondato la Toyota, quando andò a visitare la Ford, commentò: si può fare di meglio”.

Lei una volta, a proposito del vino, ha detto: la Cina copia tutto, ma per fortuna non copia bene, Conferma?

“Confermo”.

A noi de La Stampa l’anno scorso ha detto: “A Natale mi sono rifiutato di mangiare l’ananas, figuriamoci se mangio il- kebab”. Conferma?

“Confermo”.

Com’è andata la sua battaglia contro lo champagne?

“Benissimo. Meno 66% di consumo di champagne contro una media mondiale di meno 35. Siamo i primi al mondo ad averlo ridotto. Ringrazio tutti gli italiani che hanno scelto il Prosecco o il Franciacorta”.

Che cosa ha mangiato in questi giorni in Cina?

“Solo cinese. Il cibo identitario aiuta a conoscere la storia di un popolo”.

Ma non le è costato rinunciare al risotto al radicchio?

“Sa che cosa diceva Einaudi? Conoscere per deliberare. Io ho conosciuto il cibo cinese, e adesso delibero che preferisco il risotto al radicchio”.

Caro Zaia, bisogna partire dal basso, per combattere il fenomeno partiamo dai ristoratori, chef italiani in giro per il mondo.

emanuele esposito

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