Il medio Evo e L’alimentazione

A partire dall’alto Medioevo l’agricoltura subisce in tutta la Penisola e non solo un arretramento spaventoso.
Nel Capitulare de Villis c’è un elenco di tutte le specie da orto “dominico” coltivate all’epoca di Carlo Magno. Sono una ventina e non è menzionato l’asparago, e nemmeno nell’Hortulus di Strabone, che al Capitulare carolingio si ispira, lo si cita.
E’ una coltivazione difficile e se pensi che gli orti contadini alto e bassomedievali si affidavano a coltivazioni di sicura resa (cipolle, aglio, cavoli, rape…) e quelli dominici e monastici non erano da meno, anche se sicuramente più curati, non è difficile comprendere il perché l’asparago fu dimenticato per un millennio.

Era proprio tutto un sistema economico diverso.
Noi pensiamo che tutto debba girare attorno all’agricoltura ma non è così.
Dal VI secolo circa cominciano a fondersi due sistemi, quello mediterraneo fondato sull’agricoltura, e quello germanico, fondato su un’economia silvo-pastorale.
Prevalgono in agricoltura i cereali a resa forte date le tecniche rudimentali (segale, miglio, orzo) anche se soprattutto al sud il grano continua ad essere coltivato. Ma più che il pane, coi cereali minuti (detti così non tanto per via del chicco piccolo perché ad esempio l’orzo non è piccolo ma perché venivano seminati in primavera) si fanno le zuppe. Si vive di zuppe (le cosiddette pulmentaria) e polente. Le fave erano un grande capitolo alimentare e venivano addirittura annoverate fra i cereali tanto grande era la loro importanza alimentare.
Le castagne fanno parte delle risorse silvane e in effetti fino a circa l’XI sec, apice dell’economia curtense, i boschi erano praticati più o meno da tutti i contadini che potessero dire di far parte di una curtis (l’azienda agricola del tempo, mettiamola così).
Tanto per dirvi, la cacciagione era appannaggio di tutti. Le castagne idem, anzi l’alto medioevo è proprio il periodo in cui i castagneti vengono infoltiti artificialmente e il castagno si espande a latitudini impensate. I maiali, simili a dei cinghiali, venivano pascolati da moltissimi contadini nei boschi e i campi aperti consentivano loro di cibarsi anche delle stoppie di fine estate. In inverno, ma solo in inverno, stavano nelle stalle, altrimenti pascolavano sempre.
Altro grande capitolo è rappresentato dal pescato. I fiumi erano abbondantissimi di pesce. I laghi idem. Non parliamo poi dei monaci i quali tutti avevano la loro piscina artificiale con allevamenti vari.
E’ solo diciamo dal XII secolo che si comincia a restringere l’uso comune del bosco e delle acque dolci.
Le rape, seminate nei campi aperti, e non negli orti – piccole risorse contadine che non erano certo la prima voce alimentare – erano un’altra grande risorsa. Pare siano state un po’ come le patate prima della scoperta delle Americhe. ma anche quando le patate arrivarono in Europa non ebbero subito successo: molte delle prime varietà erano nocive e giustamente non ci si fidava.
In buona sostanza, con un bel bicchiere di vino, che spesso sostituiva l’acqua che faceva schifo, e che veniva un po’ fatto ovunque con risultati più o meno apprezzabili, si riusciva a mangiare sempre qualcosa dietro.

Questo nei periodi in cui il pane non era la prima cosa.
Nei periodi in cui invece comincia ad essere ridotto il bosco a favore degli arativi sballa un po’ tutto il sistema.
Questo avviene più o meno a partire dall’epoca comunale.
Prima di quest’epoca le carestie, le inondazioni, le epoche di fame ci sono sempre state ma qualcos’altro oltre i cereali si riusciva a far saltar fuori dal cappello. Dopo questo periodo le carestie diventano terrificanti perché non c’è più altra risorsa se non il cereale. E se non c’è si impasta il pane con la terra o con le radici e si muore.

La frutta in quel periodo, sempre il millennio dalla caduta dell’I.R alla scoperta delle Americhe, era poco conosciuta. Pare che la si coltivasse giusto negli orti dominici, quelli degli sciuri quindi, , ma giusto a scopo ornamentale, e non possedendo d’altra parte un grande apporto nutritivo non c’erano molte sperimentazioni a riguardo negli orti contadini. Si trovano ad esempio poesie di Venanzio Fortunato (VI sec) che parlano dei frutteti e nello specifico dei meli innestati dalle mani del re Childerico, nella regione parigina, ma la frutta era misconosciuta ai più. Però la frutta spontanea rappresentava una voce abbastanza importante dell’alimentazione contadina, anche perché con essa si ricavavano il sidro, i vari succhi fermentati, si aromatizzava la birra (prima del luppolo che fu introdotto solo verso l’anno Mille, e a questo proposito mi vengono in mente le birre corse di NutriA e quelle belghe che sicuramente sono un retaggio dei epoche lontane). se ne facevano dolci impastati con miele (altra grossa risorsa boschiva) e formaggio (bello il libro di Oretta Zanini a riguardo: “Festa, farina e miele”). E una delle risorse più importanti del bosco erano le noci, lo sapete? Con l’olio di noci si sostituiva quello d’oliva che arrivava cattivo e carissimo alle alte latitudini o non arrivava affatto. Era l’olio più importante del medioevo. Anche i noci oggi sono praticamente scomparsi come risorsa spontanea ma mille anni fa non era affatto così.

 

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