Pasta e Basta

Teofilo Folengo muore a Bassano del Grappa nel 1544. Era nato 53 anni prima a Cipada, nel Mantovano, come Virgilio. Studia a Bologna e poi si fa frate. La sua non è una vera e propria vocazione alla vita monastica, quanto un modo per fuggire dall’atavica fame del mondo contadino della bassa padana. Col saio addosso conduce una vita piuttosto scapestrata fino ai trent’anni quando si trasferisce in un convento siciliano. Compone qui gran parte della sua opera letteraria – citata da tanti e conosciuta da pochi – legata a quel mondo rurale e contadino da cui aveva avuto la fortuna di scappare vestendo l’abito monacale. Nel 1517 Teofilo Folengo, benedettino cenobita, da alle stampe il “Baldus”, poema eroicomico in esametri di diciassette canti (diverranno venticinque nell’edizione postuma del nel 1552), che si rifà all’antichissima tradizione del Paese di Cuccagna e del Regno di Bengodi: i mondi agognati dalla povera gente a cui la Chiesa – ogni chiesa – propone di soffrire in questa vita per godere doni incommensurabili nella prossima. Il Corano (sarà utile ricordarlo, di ispirazione ebraico-cristiana) promette nel suo paradiso tutte le delizie del palato, della vista e del tatto che sono vietate al buon musulmano in vita. Il paradiso di Maometto contempla fiumi di alcool, sesso a piene mani, ogni tipo di carne, tempo libero e ozio a bizzeffe. A condizione che il credente muoia nella grazia di Allah, senza aver mai alzato la testa per reclamare alcunché. Questo è un tratto fondamentale di ogni religione, compresa quella cattolica. Le frange più integraliste dell’Islam continuano a ritenere indispensabile l’impegno del credente nella “jihaad” la guerra santa contro gli infedeli. Si tratta di una posizione inaccettabile per la morale cristiana ma anche per la stragrande maggioranza dei musulmani. Se “divinità” sta a significare “felicità” non si può aspirare alla grazia divina dopo aver lasciato questa valle di lacrime con la spada intrisa del sangue dei “senza dio”. L’integralismo (cattolico, ebraico o musulmano che sia) è un paradigma della stupidità umana, che confonde il diverso con il contrario. Sia chiaro, all’urlo del “chi non è con me è contro di me” non si sono mosse nei secoli solo le orde musulmane (e oggi quelle dei cretini di ogni fede). I cristiani hanno fatto di peggio. Due esempi fra tutti, entrambi sponsorizzati dalla multinazionale del “Dio-lo-vuole”: le crociate contro gli Arabi e la conquista del Sud America. Anche per la dottrina cristiana vige il miraggio di un premio definitivo qualora la vita (questa vita…) sia stata avara di soddisfazioni. E’ l’eterno gioco di bastone e carota, del “accontentati e godi”, del “non disperarti che sarai premiato”. Ma se il premio ha come condizione essenziale la morte, che premio è? Possibile che non esista una ipotesi di piacere meno impegnativa, più fruibile da chi non vuole pagare un prezzo così alto per la beatitudine? Nasce così in pieno medioevo il Paese di Cuccagna, un luogo “dove chi men lavora ben più magna” (che tra l’altro sembra la ripetizione papale-papale di alcuni programmi di governo). Bengodi e il Paese di Cuccagna sono la trasposizione in terra del paradiso della felicità, il sogno di ogni villano, il piacere senza la paura della morte: una beffa alle regole di santità della religione, della chiesa e del potere.

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