Report Rai 3

“COME MAIALI” Di Piero Riccardi, Michele Buono

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Questi prosciutti sono made in Italy, vengono dalle colline di Parma, anzi da Langhirano, la capitale del prosciutto di Parma. Salati e stagionati nello stesso stabilimento dove li abbiamo acquistati. Su questo si vede bene il marchio con la tipica corona a cinque punte che caratterizza la Dop, l’altro la corona non ce l’ha. Girandolo vediamo due marchiature sanitarie, una mostra la sigla It per Italia, l’altra la sigla De che sta per Deutcheland, Germania.

MILENA GABANELLI IN STUDIO Che ci fa un prosciutto marchiato Germania a Langhirano, in provincia di Parma e patria del prosciutto di Parma? Da qualche anno noi ci occupiamo dell’industria del cibo in Italia, che da una parte si vanta giustamente delle proprie eccellenze, della dieta mediterranea, delle denominazione di origine protetta, dall’altra rema contro se stessa importando dall’estero materie prime che poi vengono vendute come made in Italy. Piero Riccardi

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Langhirano abbiamo detto viene considerata la capitale del prosciutto di Parma. Paolo Tanara è il Presidente del Consorzio di tutela, che stabilisce le regole per cui un prosciutto è un prosciutto di Parma e quelle di come deve essere e che cosa deve mangiare il maiale da cui si ricava.

PIERO RICCARDI Quanto dovrebbe costare un prosciutto di Parma al consumatore finale?

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA Tra i 25 e i 30 euro al chilo che fanno 2 euro e 50, 3 euro all’etto.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO E un prosciutto non marchiato? Quanto può costare? Roma, entriamo in un negozio al dettaglio che ci attira con le sue offerte.

PIERO RICCARDI Che è questo prosciutto a 9 e 90?

SALUMIERE Eccolo qui, è montagna.

PIERO RICCARDI E’ prosciutto nostrano?

SALUMIERE E’ di montagna.

PIERO RICCARDI E intero questo quanto viene?

SALUMIERE Intorno ai 6 euro e 50, 6.90…

PIERO RICCARDI 6 euro e 90 al chilo? Un prosciutto a 6,50 che prosciutto è?

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Il Presidente sorride e ci porta a vedere l’arrivo delle cosce da salare.

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA Questo è il marchio dell’allevamento, Mantova …ovviamente il Parma non può che provenire da allevamenti italiani.

PIERO RICCARDI Una coscia italiana costa?

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA Attorno alle 4 euro al chilo.

PIERO RICCARDI E una coscia estera, tedesca, olandese?

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA Io non le lavoro direttamente, però mi dicono che costa all’incirca poco più della metà.

TG ANNUNCIO DIOSSINA NEGLI ALLEVAMENTI TEDESCHI

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Questa è cronaca recente, ma la storia della diossina sembra ripetersi con poche varianti.

TG1 DEL 7/ 12/ 2008 Carne di maiale alla diossina è stata scoperta in Irlanda…

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Nel 1999 era toccato ai belgi.

TG1 DEL 3/ 06/ 1999 Il divieto di macellazione nell’intero Belgio e 500 allevamenti sono stati messi sotto sequestro perché hanno comprato mangime dalla Verkest, la fabbrica da cui questa storia terribile è nata.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Germania, Amburgo. Imputata è sempre la diossina, una molecola altamente cancerogena. Questa è la sede di Harles und Jentzsch.

NILS KLAVITTER – GIORNALISTA SETTIMANALE DER SPIEGEL Harles & Jentzsch è un produttore di grassi che servono come materia base per mangimi animali. E’ in questo impianto che sono stati rilevati valori elevati di diossina.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO

NILS KLAVITTER – GIORNALISTA SETTIMANALE DER SPIEGEL Questo schema mostra come siano tortuose le vie con cui il grasso tecnico è arrivato nei mangimi. Il punto di partenza è la Petrotec di Emden, un’azienda che produce biodiesel e grassi tecnici misti che non sono destinati ai mangimi per animali. Poi c’è il ruolo di un commerciante, un intermediario: Olivet in Olanda che li acquista e li gira ad Harles & Jentzsch che produce grassi per mangimi animali a Uetersen e a Boesel. E’ qui nelle sue cisterne che sono stati mischiati con i grassi alimentari, facendo sparire nelle bolle di consegna la dicitura “grasso tecnico”. Poi questo mix di grassi viene venduto ai produttori di mangimi. Ultimo anello della catena, gli agricoltori che lo danno da mangiare a polli e maiali.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO NILS KLAVITTER – GIORNALISTA SETTIMANALE DER SPIEGEL

Malgrado il vapore degli impianti, la produzione è sospesa, non ci sono più neppure gli operai.

Sulle cisterne si legge ancora una scritta che suona oggi beffarda: “Potere ai contadini”, le

stesse cisterne che per mesi hanno contenuto i grassi con la diossina, 3.000 tonnellate che

sono diventate 150.000 tonnellate di mangime.

Cosa ci insegna questa storia: il problema è di trovare un colpevole o c’è qualcosa di più?

Chiaramente Harles & Jentzsch è colpevole. Ma dietro c’è anche una questione di sistema. Perché il settore che produce mangimi trasforma la spazzatura in cibo… In Belgio i maiali sono stati alimentati per anni con i fanghi di depurazione. O meglio i fanghi delle fogne sono stati mischiati nei mangimi. E alla fine di questo ciclo di smaltimento ci sono gli animali che poi siamo noi a mangiare.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO

FRIEDRICH OSTENDORF – DEPUTATO PARTITO DEI VERDI Che questo reato sia stato compiuto intenzionalmente per me è una spiegazione plausibile. Perché i rifiuti speciali che contengono diossina, in questo caso grassi, sono molto cari da smaltire. E se questo denaro è andato nelle tasche dell’azienda Harles & Jentzsch è stato un affare molto lucrativo.

PIERO RICCARDI

FRIEDRICH OSTENDORF – DEPUTATO PARTITO DEI VERDI Sì, certamente la fortissima pressione sui costi di produzione che grava su contadini e allevatori spinge l’industria dei mangimi a produrre alimenti per animali sempre più economici. La produzione di massa di carne gioca un ruolo decisivo. Date un’occhiata alle pubblicità sui giornali: tutto è sempre più economico, più conveniente. E così la carne costa meno del cibo per i cani. Una scatoletta per cani costa 4 euro e 50, 4.80, 5.20. Magari una fettina la paghiamo tre euro, e a volte anche a meno. Penso che quando in una società il cibo per i cani costa di più della fettina di carne, allora penso che dobbiamo fermarci.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Valico del Brennero, un giorno qualsiasi della scorsa estate, ad aprire i tir con stampigliata l’A di alimenti si trova di tutto: cisterne piene di latte e cagliate con destinazione caseifici di formaggi tipici italiani, pomodori olandesi con destinazione puglia e cosce di suino, cosce già rifilate nelle forme tipiche dei prosciutti italiani, destinazione: Merano, Modena, Langhirano Parma. Dalle tabelle elaborate sui dati Istat vediamo che l’Italia produce 25 milioni di cosce di suino ma ne importa quasi 55 milioni, in testa Olanda, Germania, Danimarca.

ANDREA CRISTINI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALLEVATORI DI SUINI Tanto per rendere l’idea, ogni 6 prosciutti, in Italia, stagionati, 5 sono esteri e uno arriva dalla suinicoltura italiana… e poi li troviamo sui banconi con nomi di fantasia che ammiccano le zone di stagionatura tipiche che sono San Daniele o Parma con le denominazioni nostrano casereccio e tutto il resto.

PIERO RICCARDI E questo danneggia anche voi?

ANDREA CRISTINI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALLEVATORI DI SUINI Allora, siamo danneggiati in due, chi all’inizio e chi alla fine in questa catena, voi come consumatori perché vi vendono prodotti surrogati che non è il vero prosciutto da Dop e noi come allevatori che abbiamo grossissimi vincoli dal punto di vista genetico e alimentare e di benessere animale per quanto riguarda la produzione del suino e non riusciamo a coprire i costi.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO Questa è un’azienda alle porte di Reggio Emilia. Da tre generazioni allevano vacche da latte e maiali per il consorzio del prosciutto di Parma che significa che tutti i suinetti sono marchiati dalla nascita e l’alimentazione deve rispettare un disciplinare di qualità molto rigoroso. Qui i mangimi, li miscelano addirittura in casa. Oggi, più che la sicurezza, il problema è il costo dei cereali che come nei giorni della speculazione del 2008, hanno ripreso a salire.

Berlino. Bundestag, Friedrich Ostendorf, è deputato verde e agricoltore.

C’entra qualcosa la necessità di produrre cibo a prezzi sempre più bassi?

FLORIANO FILIPPINI – ALLEVATORE Quasi raddoppiati da sei mesi a questa parte sono raddoppiati, tutti.

PIERO RICCARDI E adesso i maiali a quanto vengono venduti?

FLORIANO FILIPPINI – ALLEVATORE a 1 e 24…

PIERO RICCARDI E il costo quant’è?

FLORIANO FILIPPINI – ALLEVATORE Minimo si aggira un euro e mezzo, 1 euro e 6

ALESSANDRO FILIPPINI – ALLEVATORE Ogni maiale che va fuori di qua ha un costo per noi, invece di essere un vantaggio è un costo

PIERO RICCARDI Quanto ci rimettete per ogni maiale che vendete?

ALESSANDRO FILIPPINI – ALLEVATORE Ma secondo me siamo sull’odine dei 10/15 euro a maiale, oggigiorno, sì,sì,sì…

PIERO RICCARDI E come si fa ad andare avanti allora

ALESSANDRO FILIPPINI – ALLEVATORE Si fa che invece di fare 8 ore se ne fanno 14 e si cerca di supplire bene o male, a tutti i buchi che si fanno. C

PIERO RICCARDI Perché un giovane oggi dovrebbe lavorare in agricoltura?

ALESSANDRO FILIPPINI – ALLEVATORE Ma guardi, la mia prospettiva è sempre stata quella di portare avanti l’azienda che mio padre e i mie zii hanno fondato, tra virgolette, anche se in verità l’ha fondata mio nonno con due maiali e una vacca. Mi sono laureato e ho pensato va do a fare “un mestiere anonimo” oppure quello che i miei zii e mio padre mi hanno insegnato? E ho voluto continuare. Il

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO GIORGIO APOSTOLI – RESPONSABILE ZOOTECNIA COLDIRETTI

ioè noi non è che dall’oggi al domani possiamo dare ai nostri animali gli scarti

dell’industria perché questo non ci è permesso,

problema è che molti allevatori si stanno stancando perché qua si continua a dare della

qualità ma non si continua a ricevere la giusta remunerazione.

Sono decenni che va avanti questo problema. Cioè la filiera non funziona, nel senso che

l’allevatore il macellatore la grande distribuzione, noi perdiamo i macellatori dicono che

perdono, la grande distribuzione fa finta di niente, quindi qualcuno ci guadagna insomma.

E allora continuiamo a fare i nostri conti.

Allora la coscia di suino che viene poi macellata noi la produciamo 16 chili di coscia, a circa 1

euro e 3 al chilo, non ci danno di più, quindi 16 x 1,3 al chilo, venti euro, venti euro è il costo

della coscia ad animale. L’animale va macellato, il macello la rivende, diventano 15 chili col

calo peso, 15 chili, la rivende a 3 euro e mezzo, fa 52 euro, da 20 va a 52, la stessa coscia

viene poi venduta al prosciuttaio, la rivenderà quando sarà a 9 chili e mezzo circa, la rivenderà

circa a 9 euro, 9,5 per 9 euro fa 85 euro. La stessa coscia va sul banco della grande

distribuzione organizzata, viene venduta a un peso di circa 7 chili perché ovviamente va

tagliato il grasso, va scotennata eccetera, 7 chili per 22 euro, ma sono anche 25, son 154 euro,

ecco qua. Ecco il problema nostro: noi abbiamo di questi 154, il 13 per cento.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO

Eppure, per il resto della filiera, anche quel 13% è troppo, visto che si preferisce sempre più

fare prosciutti italiani con le cosce estere che costano la metà.

PIERO RICCARDI GIORGIO APOSTOLI – RESPONSABILE ZOOTECNIA COLDIRETTI

PIERO RICCARDI GIORGIO APOSTOLI – RESPONSABILE ZOOTECNIA COLDIRETTI

PIERO RICCARDI

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA

PIERO RICCARDI

di Parma non mi tutela a me, come produttore di qualità. PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA

PIERO RICCARDI PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA PIERO RICCARDI PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA PIERO RICCARDI PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA PIERO RICCARDI

Perché un prosciutto italiano può essere fatto con un maiale estero?

E’ made in Italy perché lo ritengono, il fatto che sia made in Italy il fatto che ha sentito l’aria

dell’Italia, che è stato vicino a Parma

Che è andato in villeggiatura

E’ andato in villeggiatura, ha sentito un po’ l’aria, se l’è un po’ accaparrata e quello è diventato

italiano, hanno sempre quei nomi un po’ strani, no, tipo il prosciutto di montagna, il prosciutto

nostrano, il prosciutto casereccio.

Mi è sembrato strano quanto mi hanno detto gli allevatori, ma insomma noi rispettiamo un

disciplinare rigido e poi i soci stessi del Consorzio giocano su un doppio tavolo perché 9 milioni

sono i prosciutti di Parma, però a Parma se ne lavorano 25 mln di cosce che vengono da fuori?

Si, a Parma si lavorano più cosce di quelle che vengono poi marchiate col Parma, però in tutta

Italia si lavorano più cosce di quelle che si lavorano a Parma.

Be’ però voi siete un Consorzio di Tutela, io mi metto dalla parte degli allevatori che in questo

momento non riescono a …ormai è parecchio tempo che, vari anni che lavorano sottocosto, si

sentono poco tutelati, dice perché io devo lavorare per il Consorzio di Parma se poi il Consorzio

Ma perché il prosciutto di Parma ha una domanda alta e alcune aziende hanno deciso di

lavorare per soddisfare questa domanda sul mercato.

…lavorando i prosciutti esteri!

No, lavorando i prosciutti di Parma

Comunque questi prosciutti vengono venduti come prosciutti nazionali…

mmmm….

Perché dicono un prosciutto nazionale è fatto in Italia, però può essere anche estero?

E’ un prosciutto nostrano, lavorato con una tecnica nostrana….

Ma che viene dall’estero?

PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA PIERO RICCARDI PAOLO TANARA – PRESIDENTE CONSORZIO PROSCIUTTO DI PARMA PIERO RICCARDI

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO

PIERO RICCARDI

GIUSEPPE VADALÀ – RESP. SICUREZZA AGROALIMENTARE CORPO FORESTALE.

PIERO RICCARDI GIUSEPPE VADALÀ – RESP. SICUREZZA AGROALIMENTARE CORPO FORESTALE.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO

STEFANO MASINI – RESPONSABILE AMBIENTE COLDIRETTI

PIERO RICCARDI STEFANO MASINI – RESPONSABILE AMBIENTE COLDIRETTI

mmm…nostrano vuol dire tutto e non vuol dire niente.

Vale più come io faccio il prosciutto, come lo salo piuttosto che il prosciutto da dove viene!

mmmm… sono opinioni…è un opinione….

E’ un opinione ma è così!

Nostrano. Vuol dire tutto e non vuol dire niente. Roma, Corpo forestale dello Stato. Ci

presentiamo con il nostro prosciutto stagionato a Parma e targato Deutchland.

A Langhirano nel cuore del prosciutto di Parma non è vietato fare un prosciutto italiano con

una coscia tedesca?

Quello che non è etichettato come dop o Igp evidentemente non c’è ancora obbligo, di

mettere l’origine della materia prima

Ma se io vendo questo prosciutto qui come prosciutto di montagna non è illegale? O nostrano?

Evidentemente dietro il termine nostrano si intende comunque una filiera corta, se viene

venduto un prosciutto di un altro paese sotto la denominazione nostrana evidentemente è un

primo livello di frode che io sto facendo verso il consumatore.

Mozzarella, passata di pomodoro, olio extravergine. Niente di più italiano, ma basta scorrere i

dati delle Agenzie delle Dogane e dell’Istat per scoprire che questa mozzarella ha solo il 50%

di probabilità che sia fatta con latte fresco italiano. Pomodoro, nel 2010 l’Italia ha importato

dalla sola Cina 114 milioni di chili di triplo concentrato, da diluire, per fare passate, e salse:

destinazione le fabbriche campane. E questa bottiglia di olio extravergine comprata a 2 euro a

49? Il prezzo non coprirebbe neppure le spese della raccolta in Italia e infatti di olio ne

importiamo oltre 600 milioni di chili. Di Puglia e Toscana spesso solo il nome e l’indirizzo di

confezionamento.

Dal 1990 a oggi noi importiamo 10 milioni di tonnellate in più, sono 30 milioni in volume le

importazioni di prodotti agroalimentari, questo perché, da un lato aumenta nel mondo il

cosiddetto italian sounding, è stato ampliamento indagato, si trovano appunto prodotti che

dell’italia hanno soltanto nomi, colori, bandiere, simboli, prodotti che suonano italiano, ma ciò

che non è indagato è il falso del made in Italy nei nostri scaffali. Quando andiamo a fare la

spesa sui nostri mercati prodotti d’importazione che diventano attraverso abili operazioni di

contraffazione prodotti italiani. L’Italia importa da paesi extra UE, in particolare dal Cile un

volume considerevole di carni, globalmente sono circa 30mila tonnellate di carne, per quanto

riguarda le carni suine il Cile è il primo paese fornitore.

Extra Ue?

Extra Ue, ciò che è interessante osservare è come questo flusso si connetta ad una localizzata

destinazione in provincia di Modena.

PIERO RICCARDI STEFANO MASINI – RESPONSABILE AMBIENTE COLDIRETTI

PIERO RICCARDI

STEFANO MASINI – RESPONSABILE AMBIENTE COLDIRETTI PIERO RICCARDI

ALESSANDRO FILIPPINI – ALLEVATORE

MILENA GABANELLI IN STUDIO Oltre al prosciutto anche olio, latte, formaggi, vino vengono spacciati per italiani, solo perché sono transitati per l’Italia. Anche questo porta allevatori e agricoltori sono alla canna del gas e così alla fine i terreni agricoli diventano svincoli, autostrade, rotonde, centri commerciali. Continueremo a parlarne nelle prossime puntate.

Cioè dal Cile arrivano a Modena,

L’87% delle carni suine è destinata alla lavorazione a Modena.

Ma l’informazione si ferma lì, perché è evidente che noi non acquistiamo prodotti con

un’etichettatura made in Cile. Nel commercio quel dato risulta secretato, come se fossero dati

attinenti ad operazioni militari.

Cioè io posso sapere che viene dal Cile, posso sapere che va a Modena quella carne suina, ma

non posso sapere in quale stabilimento.

E li si interrompe la conoscenza, si interrompe la conoscenza.

Qual’ è per l’agricoltura italiana il prezzo di tutto questo? Quanto costa all’allevatore Filippini

l’aria delle colline di Langhirano?

Quindi oggi direi che siamo sottoterra tra virgolette, nel senso che con questi costi noi, penso

che avremo massimo sei mesi davanti, per decidere cosa fare, per decidere di non mangiare

quello che le generazioni dietro di me hanno costruito fondamentalmente, perché questo è

quello di cui stiamo parlando.

1 Commento

Archiviato in Gli amici dell'arte culinaria

Una risposta a “Report Rai 3

  1. Riccardo Lagorio

    Tutta roba da grande industria… Che pena… In Italia bisognerebbe istituire per obbligo la Denominazione Comunale: tu mi devi scrivere dove è nato, stato allevato e lavorato il suino (non la Provincia, ma il Comune). Così dove è stata prodotta l’uva, lavorata, imbottigliata. Così il latte per quel formaggio, le olive per quell’olio… E’ tutto facilissimo: tu hai 500 piante di ulivo, non puoi produrre 8 tonnellate di olio; tu hai o ricevi 500 litri di latte, non puoi produrre 1000 forme al giorno. Chi controlla? Non l’ASL, non i ROS, ma il sindaco, facile facile…

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