E che nessuno ci accusi di combattere una battaglia di goliardia!

fonte…VINOWAY
E che nessuno ci accusi di combattere una battaglia di goliardia!

Forse è una svolta epocale negativa. C’è crisi. Crisi dei valori, ma non c’è nulla di nuovo sotto al Sole: ad ogni generazione è toccato un momento di difficoltà, la propria lotta ad un sistema ingiusto che costringe a credere non ci sia nulla da fare, che bisogna adeguarsi, o peggio, rassegnarsi.
Tanto per cominciare è presunzione credere che il periodo che viviamo sia peggiore di quello che hanno vissuto le precedenti generazioni. Pensate all’Italia del dopoguerra, alla decimata gioventù chiamata alle armi e a quella sopravvissuta. Sono stati questi ultimi a rimboccarsi le maniche, a operare una ricostruzione non solo edilizia o industriale. La ricostruzione più dura e più lenta è stata quella agricola, tantissimo lavoro e pochi o punto denari. Si lavorava per la famiglia, non per sé stessi. Non volevano essere ricchi, non volevano apparire. Volevano avere qualcosa di loro, fatto da loro. Ecco perché hanno lavorato la terra, magari al rientro da una dura giornata di lavoro in altri settori ( il doppio lavoro non è certo invenzione odierna). Volevano i figli mangiassero sano. Genuinità. E volevano essere. Essere santi, poeti, naviganti ed eroi. E lo sono stati davvero anche se a loro modo; da buoni padri di famiglia attraverso il lavoro e lo svolgimento del loro ruolo realizzavano la ricerca della pietra filosofale, pellegrini nella dura vita quotidiana come naviganti per mare; la santità risiedeva nel trasmettere ai figli quella solidità di valori etico- morali, quella formazione caratteriale che conduce alla maturità. Valori insostituibili e sempre attuali. Ed erano poeti quando lavoravano la terra, coltivavano la vite e realizzavano qualcosa con le loro mani gentili, secondo natura, ottenendo i frutti di un’opera artigiana. La loro opera.

Opera che ha fatto dell’Italia il giardino del gusto e dei sapori. Un giardino in cui viti e dieta mediterranea hanno trovato la terra d’elezione. Avevamo qualcosa di grandioso sotto i nostri denti ed Ancel Keys ha dovuto valorizzarlo ed esporlo agli occhi del mondo per noi, distratti nelle nostre identità provinciali e con ricchezze inestimabili spesso sottovalutate.

E allora si capisce che manca qualcosa; ci si rende conto perché siamo surclassati dalla cucina francese senza ribadire che fu nel 1533 Caterina de’ Medici, un’italiana, a gettare le basi dell’arte culinaria presso la corte di Valois.
Manca la cultura, manca un’identità nazionale capace di accomunare tutti proprio attraverso quelle diversità che ci fanno grandi dinanzi al mondo intero; qualcuno, a suon di divide et impera, vorrebbe farci apparire piccoli, diversi, o peggio, farci credere che l’uno sia migliore dell’altro. Abbiamo pregi e difetti, ma siamo tutti meravigliosamente italiani. E la nostra cultura, come la cultura di ogni popolo, passa attraverso la tradizione di tutto ciò che è bello. E di bellezza storica e artistica siamo fieri di averne il primato e in verità ne abbiamo anche degli altri, belli ed anche buoni: la gastronomia e l’ampelografia appunto.

Forse in tempi come questi potrebbe sembrare assurdo parlare di valori attraverso l’enogastronomia. Non è così. Perché l’enogastronomia riconduce, se non alla memoria storica dello Stivale, così divisa, così controversa e da rivisitare, alla nostra memoria collettiva di italiani. Siamo figli di una grandiosa e nobile civiltà contadina. Siamo figli di una civiltà che ha reso spettacolare il Mediterraneo intero per il grano, per l’olio d’oliva e per il vino; per non parlare di tutto quello che i padri dei nostri padri ci hanno trasmesso appunto in termini di dedizione al lavoro, ricerca attenta della genuinità e dei sapori. E lo hanno fatto senza farsi scorare dalla fame, da due guerre una dietro l’altra e in casa persino!

Ci si renda conto che la nostra generazione non è quella del ‘900 che si imbarcava a frotte sui transatlantici per andare in America alla ricerca della salvezza di vita, della speranza per l’avvenire dei figli e talvolta non siamo neanche di quelli che tendono troppo la mano a quei profughi che con gli stessi sentimenti di quei figli d’Italia del ‘900 cercano una possibilità di sopravvivere. Guardiamo alla guerra con distacco e sembra che i problemi altrui non ci riguardino.
Non siamo la generazione che ha provato i brividi della guerra fredda o il disagio del muro di Berlino. Ma muri di gomma ne abbiamo trovati quando siamo andati alla ricerca dell’occupazione, quando ci siamo rivolti alle istituzioni e abbiamo sentito l’angoscia di trovarci in un Paese che non premia la meritocrazia. Abbiamo provato tristezza nel vedere cambiare la morfologia dei paesaggi della fanciullezza, di come l’industria alimentare modifichi i sapori, avveleni l’aria e, c’è mancato poco, di quanto sia letale il vino al metanolo. Abbiamo compreso che qualcosa dovevamo a chi ci ha preceduto: fare qualcosa per coloro che verranno. Adesso si sa che non è il mondo che deve cambiare, il cambiamento deve avvenire in noi stessi!

E allora ci siamo risollevati e non ci siamo fermati davanti agli ostacoli, anzi siamo andati avanti con più convinzione e con la paziente caparbia di chi s’è battuto prima e con gli stessi valori con cui adesso vorremmo rappresentare e difendere la nostra terra.

E che nessuno ci accusi di combattere una battaglia di goliardia!

Questa battaglia si combatte in nome della cultura , una cultura letteraria vasta che spazia da Plinio il Vecchio a Virgilio, da Mario Soldati a Luigi Veronelli e a Leonardo Sciascia. La cultura del Simposio e della dieta mediterranea, patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Umanità.
La si combatte per squarciare un drappo grigio e rivelare alle persone che la natura d’Italia è bella e meravigliosa nella sua biodiversità.  Combattere per proteggere e diffondere la cultura enogastronomica, non solo per ribadire che la nostra ampelografia è la più vasta al mondo e unica per varietà, per microclima e per tessitura del terreno; si lotta per rammentare che la nostra gastronomia regionale è straordinariamente ricca di colori e sapori che si sono saldati nel ricordo di artisti e letterati, quelli dei “grand tours” dell‘800. Non solo. Promuovere il territorio che si apre col paesaggio e con le sue peculiarità storiche ed artistiche, svelare quegli scorci architettonici che magari non sono il monumento eclatante ma un estetico e contemplativo dettaglio. E l’enogastronomia è proscenio a tutto questo.

Che si affermi dovrebbero essere gli chef a essere al servizio delle persone e non le papille gustative della clientela a dover essere asservite a un certo tipo di cucina, pena essere tacciati per ignoranti. L’amore per il cibo e per il vino è soggettivo, guai a modellare il gusto con recensioni quantomeno mirate o cercare di insegnare ai giovani a bere etichette, che poi è come un po’ apparire sfoggiando costosissime bottiglie nelle presunte cattedrali del gusto. La cultura dei sapori appartiene a tutti e va rispettata, senza imposizioni, in ogni sua versione. E la si può incontrare nelle case, nelle contrade e nelle trattorie del Bel Paese. Non al fast food.

Questa è battaglia ideologica e non lotta solo contro indottrinanti e strapagate guide; qui si afferma che tutti possono apprendere l’arte della degustazione e in ogni dove, poiché è patrimonio comune e non fenomeno d’elite; è lotta contro il cibo-spazzatura e l’eccesso: vogliamo essere fieri d’essere italiani e non imitare mode nocive d’oltreoceano, difendendo la salute attraverso l’alimentazione e combattere l’eccesso di chi ha preso l’alcool per il verso sbagliato; l’unica velocità che tolleriamo è la velocità del nostro sogno, la velocità con cui si assaporano le cose belle della vita, lentamente, non certo quella con cui avvengono gli incidenti o con cui si tracannano cocktail che obnubilano mente e coscienza, con cui si spezzano vite preziose.
È impegno e coraggio civile quello di chi lotta per la sobrietà, contro l’alcolismo e vuole che il Ministero della Salute faccia obbligo ai produttori di apporre i divieti a consumare bevande alcoliche in gravidanza e lattazione perché nuoce al nascituro!

Ciò che si chiede, anzi si esige, è il risveglio delle coscienze in un unico collettivo senso di appartenenza e confronto; tramandare un bagaglio culturale che si è affinato e arricchito nei secoli e che non vogliamo, non dobbiamo perdere. È una lotta per insegnare ad assaporare la vita, insegnare ad apprezzarla anche nei momenti difficili ai giovani. E preservare il territorio e l’ambiente.
Se aiutare a individuare quale sapore dovrebbe avere oggi il gusto del latte, che sensazione dovrebbe conferirci addentare una mela o quale corresponsione dovrebbe avere il profumo e il gusto del vino rispetto a un territorio, piuttosto che gli ingredienti e l’esecuzione di una ricetta classica, lo si fa per combattere l’omologazione e la contraffazione e poter consegnare alle nuove generazioni proprio quelle sensazioni, quel gusto, quell’identità di sapori che da chi ci ha preceduto sono stati preservati e trasmessi. E nell’additare chi di biologico ha solo la scritta in etichetta, chi non osa fare un censimento delle cantine pirata che immettono direttamente nella fogna i reflui vinicoli senza abbattere b.o.d. e c.o.d., o impoverendo i terreni spandendo tali acque, crediamo umilmente di fare, a modo nostro, educazione ambientale. Anche quando si rispetta la stagionalità e si esorta al consumo dei prodotti a km 0.

Ecco perché attraverso la cultura dell’enogastronomia è possibile trasmettere i principi di onestà e spirito di appartenenza, armi con cui questa generazione potrà operare un cambiamento in positivo. Questa generazione che muove i primi passi verso la maturità in tempi incerti come questi rinvigorisce le nostre energie, le nostre speranze e il nostro impegno quando decide di dire no al nucleare e alle bottiglie di plastica per riprendersi l’acqua come bene pubblico; una generazione che ispira, desiderosa di apprendere come avviare un nuovissimo rinascimento dei valori. Per tramandare ciò non abbiamo preso comode scialuppe di salvataggio, non ci siamo adeguati e non abbiamo svenduto le nostre convinzioni ma abbiamo preferito restare a bordo nel tentativo di salvare la nave, ossia il territorio e le sue tradizioni con coscienza etica e verità, consci di dover consegnare questo mondo all’odierna gioventù meglio di come lo abbiamo trovato.

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